Chi ha paura del pranzo di Natale?

Chi ha paura del pranzo di Natale?

Quante volte abbiamo desiderato far capire ad alcuni parenti che sarebbe auspicabile che la piantassero di avvelenare la famiglia con i loro abomini culinari?

Sopravvivere ai magici momenti conviviali del pranzo di Natale si può, ma questo richiede nervi saldi e soprattutto stomaco di ferro. Per non distruggere l’apparato digerente e soprattutto le relazioni affettive è tassativo evitare i due grandi nemici della pace familiare: l’acidità gastrica e soprattutto quella umana.

“Amici e parenti che non hanno mai bollito un uovo in vita loro vaneggiano di prodursi per l’occasione in complicate creazioni di haute cuisine. Basta che uno, nel parlare dell’organizzazione dell’evento, la spari grossa e subito ne nasce una gara al massacro, di solito delle papille gustative.”

C’è il cugino che dichiara pubblicamente che preparerà i ravioli in casa secondo la ricetta della nonna, ma tu sai che desisterà prima di giungere all’acquisto delle vettovaglie necessarie a realizzarlo. La cognata che promette che porterà le sue famose lasagne. Famose? Forse intende dire famigerate, poiché esse possono essere a ragione definite un crimine culinario. E la migliore amica, che si nutre di pizza e sushi e non ha mai acceso il forno della casa in cui vive da quindici anni, ma si candida per la preparazione del cappone ripieno. All’ultimo momento però, con sollievo di tutti, dirà che ha avuto alcuni contrattempi di lavoro e si presenterà con il vino, quello buono.

Per fortuna c’è l’arrosto della nonna, il quale, con il suo contorno di patate,
funge da ancora di salvezza per tutti.

Non può mancare il parente acquisito di recente che, volendo risultare simpatico, decide di fare con le sue manine il panettone. Peccato che non sa di essere capitato in un manipolo di egocentrici in cui a uno non piacciono i canditi, a un altro piacciono i canditi ma non l’uvetta, all’altro ancora piacciono i canditi e l’uvetta ma non la glassa. Poi c’è quello che preferisce il pandoro e quello che vorrebbe la colomba pasquale.

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Ma alla fine che Natale sarebbe senza tutto ciò?

“Bisogna concentrarsi più sulla qualità dell’affetto che si prova per i commensali che sulla quantità dell’affettato che viene servito a tavola.”

Inoltre va considerato che ora ciascuno di noi, a destra del piatto e subito di fianco al coltello, ha il proprio smartphone. Il quale consente di pensare ad altro, di distrarsi quando serve e in più, con una spolverata di formaggio grana, può diventare una succulenta alternativa alle lasagne della cognata.

Puoi leggere l’articolo completo di Clementina Coppini sul nuovo numero di Vivere – Food&Beverage.

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